Entra nel vivo la riforma della sanità territoriale italiana. Con un nuovo atto di indirizzo approvato il 17 giugno 2026, viene introdotto l’obbligo per i medici di medicina generale di prestare servizio fino a 6 ore settimanali nelle Case di comunità, strutture cardine del piano di potenziamento dell’assistenza sul territorio.
Obbligo per i medici di base
Il nuovo assetto prevede che ogni medico di famiglia garantisca la presenza nelle strutture territoriali per un massimo di 6 ore settimanali su 48 settimane annue.
L’obiettivo è assicurare una presenza minima costante di almeno un medico per struttura, così da rendere pienamente operative le Case di comunità e ridurre il ricorso improprio agli ospedali.
Le Aziende sanitarie avranno il compito di organizzare i turni e distribuire il fabbisogno in modo equo tra i professionisti.
Coinvolgimento dei medici ospedalieri
Tra le ipotesi discusse figura anche l’apertura volontaria delle Case di comunità ai medici ospedalieri, che potrebbero collaborare al di fuori del proprio orario di lavoro.
A questa disponibilità si aggiunge quella di altre categorie sanitarie, come pediatri di famiglia, internisti e specialisti ambulatoriali, che potrebbero contribuire al funzionamento delle nuove strutture.
Un nuovo modello di assistenza territoriale
Le Case di comunità rappresentano il perno del nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, pensato per garantire cure più vicine ai cittadini e ridurre la pressione sugli ospedali.
La riforma punta a rafforzare la presa in carico dei pazienti e a migliorare la continuità assistenziale, soprattutto per le patologie croniche e le urgenze non ospedaliere.
L’obiettivo dichiarato è un sistema più efficiente, uniforme e accessibile su tutto il territorio nazionale.







